Erano appena passate le 3:36 del 24 agosto 2016. Mi sveglio con un insolito senso di ansia. Il cellulare squilla. È Francesco Benigni, un collega. Sotto vari messaggi. Rispondo: “Ste, c’è stato il terremoto! Sto scrivendo un lancio”. Riaggancio e mi alzo. Si parla di Arquata del Tronto. Lo conosco quel posto: c’ero stato per un articolo sulla Sindone, lì c’è un “estratto” di quella di Torino. Scorro la rubrica del cellulare, trovo ancora il numero di una referente della Pro Loco. Chiamo. Mi urla: “Pescara non c’è più!”. Parla di Pescara del Tronto, frazione del comune di Arquata, una piccola bomboniera arroccata sulla parete dell’Appennino ascolano. Si parte. Con me ci sono altri due colleghi delle tv locali. In macchina si parla poco. Si ascolta la radio. Dai primi lanci di agenzia capiamo che dobbiamo prepararci al peggio. Quando arriviamo sono le ore 6.00. Davanti a noi un intero paese raso al suolo: strade spaccate, case sventrate e poi il fumo e i lamenti indefiniti provenire da ogni dove.
Ci lanciamo in mezzo alle macerie. Cerchiamo un riferimento. C’è un punto panoramico, una specie di balconata con due panchine. E’ adatto per fare alcune riprese ma ci sbagliavamo. Erano due divani posti su quanto rimaneva del pavimento di una casa, franata in una voragine di almeno 10 metri, lì sotto di noi. Arriva una scossa. Fortissima. Ci piega le ginocchia. Un carabiniere, da lontano, ci maledice. Ci saremmo resi conto poi di quanto avevamo rischiato. Mentre ci spostiamo, incontriamo alcune persone: stanno lasciando le proprie case, sono infreddolite e sotto choc. Da una parte si sentono grida da sotto le macerie. Dall’altra la disperazione di chi si è salvato ma non trova più un familiare. “Casa mia non ci sta più! Nemmeno la chiesa Rena’, non ci sta più Pescara. E’ la fine del mondo!” dice al telefono una donna in lacrime. E’ un’ecatombe. Solo lì si conteranno 51 morti in quello che, con i danni ad Amatrice e Accumuli, passerà alla storia come il “Terremoto del centro Italia”.
Terremoto del Centro Italia, come siamo messi 10 anni dopo
Ho passato le settimane successive a girare le Marche terremotate, raccontando i fatti, le lacrime, le storie e l’elefantiaco processo della così detta “ricostruzione”. A 10 anni dal sisma che, a mio avviso, ha compromesso definitamente alcune aree del centro Italia, restano due considerazioni da fare.
La prima. In questa decade, qualcosa si è fatto. Ci si è mossi per creare una strategia volte a contenere le conseguenze di un terremoto: dal sisma bonus, al Fondo nazionale per la prevenzione del rischio sismico, fino al potenziamento degli edifici così detti “strategici”, in primis ospedali e scuole. Sì, l’Italia non è rimasta immobile. Tuttavia restano dei nodi irrisolti. Penso alla messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente, che è enorme, vecchio e in larga parte costruito prima delle moderne norme antisismiche. Secondo il sito della Protezione civile, la cifra del Fondo ammonta a 965 milioni di euro e rappresenta una percentuale “forse inferiore all’1%, del fabbisogno necessario per il completo adeguamento sismico di tutte le costruzioni, pubbliche e private, e delle opere infrastrutturali strategiche”.
E poi c’è il tema di chi, da allora, non ha ancora una casa. Secondo un recente (aprile 2026) report di ActionAid, due interventi pubblici su tre della ricostruzione non hanno ancora avviato il cantiere. Il 66,3% delle opere si trova ancora nelle fasi che precedono l’inizio materiale dei lavori. Nelle Marche sono ancora nelle fasi precedenti l’avvio dei lavori 1.243 interventi, pari al 66,4%; in Abruzzo 446, pari al 61,5%; nel Lazio 365, pari al 69,7%; in Umbria 378, pari al 69,2%.
La seconda considerazione è che non dobbiamo dimenticare l’importanza del lavoro di quei giornalisti che, negli anni, hanno tenuto acceso i riflettori su quei territori martoriati dal sisma. Soprattutto quando, all’inizio della ricostruzione, si sono addensate ombre sugli appalti e la gestione del post sisma. È anche questo a ricordarci quanto siano preziosi i giornalisti che ancora oggi scelgono di muoversi, di andare sui luoghi della cronaca, di guardare negli occhi le persone e raccontare ciò che accade. E quanto, invece, sia necessario diffidare di chi immagina il futuro del nostro mestiere come un’attività esclusivamente da scrivania. Perché il giornalismo, soprattutto quello che vuole raccontare davvero i territori e le loro ferite, ha bisogno di esserci. Sul campo.



